Capitolo [part not set] di 39 del racconto Spy cam

di Claudia Effe

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Capitolo 5

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Luca cenò rapidamente e si chiuse in camera.

Accese il computer, ma le cam di Martina inquadravano solo stanze buie.

Guardò l’ora: erano quasi le dieci, la ragazza avrebbe dovuto già essere a casa.

A meno che non fosse andata bene con il suo ex capo.

Gli si parò davanti agli occhi la visione di lei che si faceva scopare per ringraziarlo di un nuovo posto di lavoro e il pene gli si irrigidì istantaneamente.

Scacciò l’immagine: non aveva voglia di toccarsi nuovamente e, onestamente, sapeva che la vita non andava così.

“Purtroppo non viviamo in un film porno”, pensò.

Controllò le statistiche del sito.

Centinaia di persone avevano avuto accesso alle telecamere fino a quando Martina era rimasta in casa e un elevato numero aveva scaricato i filmati.

Guardò tra i messaggi personali.

Molti chiedevano informazioni sull’indirizzo della ragazza, li cestinò senza neppure considerarli; ma un ultimo attirò la sua attenzione.

Il titolo del messaggio erano nome e cognome di Martina, informazione, il cognome, che nessuno avrebbe potuto trovare nel sito.

“È lei, vero?”, diceva semplicemente il corpo del messaggio.

Luca meditò sul da farsi.

Come era potuto succedere? Come poteva quell’utente conoscere le sue generalità?

La cosa più semplice era che Martina avesse pronunciato il suo nome ad alta voce.

L’aveva spiata a lungo e non gli sembrava fosse capitato, ma era possibile che in sua assenza, magari parlando al telefono, lei l’avesse detto.

O che fosse scritto da qualche parte in casa. Le telecamere erano in HD e gli utenti potevano zoomare, sarebbe bastata una lettera o un estratto conto lasciato su un tavolo.

Che fare?

“Non siamo autorizzati a divulgare i dati delle nostre ragazze”, rispose.

Professionale, secco.

La risposta arrivò dopo pochi secondi.

“Non voglio i dati suoi, perchè li conosco benissimo. Io e lei ci conosciamo personalmente”.

Luca sentì la temperatura alzarsi.

Chi era quello?

Il padre?

Il fratello?

Un amico, o forse l’ex fidanzato?

Cosa doveva fare?

Stava andando in panico.

“Perchè mi racconti questo?”, scrisse.

Aveva il cuore che batteva forte.

Se questo la conosceva, avrebbe potuto avvisarla… avrebbe addirittura potuto denunciare lui stesso, visto che era evidente che Martina era inconsapevole di essere spiata!

Si ricoprì di sudore.

Aveva fatto una cazzata, ecco.

Doveva smetterla di agire seguendo il suo impulso, il suo cazzo!

La risposta non tardò ad arrivare.

“Perchè voglio che tu sappia che avrai un aiuto da me. Non temere, sono dalla tua parte!”.

Luca tirò un sospiro di sollievo, anche se rimase in allarme.

Non gli piaceva che qualcuno sapesse, che qualcuno potesse in qualche maniera arrivare a lui.

I suoi pensieri vennero interrotti dall’accensione della luce in casa della ragazza.

Martina entrò in casa e si lasciò cadere sul letto. Era esausta, benchè non fosse tardi, provata da una giornata che le aveva dato solo brutte notizie.

Uscita da casa di Giancarlo era andata a cena dai suoi, giusto per risparmiare qualche soldo e per sondare il terreno in vista di un suo eventuale ritorno.

Aveva tratto un’impressione tutt’altro che positiva: suo fratello aveva occupato la parte di stanza che una volta usava lei con strumenti musicali e amplificatori con cui ambiva ad avere successo; in aggiunta i suoi genitori non avevano lesinato nel raccontarle quanto fosse dura la vita e come fare la spesa fosse sempre più caro.

Come ciliegina sulla torta, a fine lamentela si erano felicitati con Martina che era andata ad abitare in affitto e non aveva stipulato un mutuo “perchè le banche poi ti mettono in ginocchio”.

“Anche il mio padrone di casa mi mette in ginocchio – aveva pensato lei – e mi sborra pure in faccia!”.

Sulla via del ritorno aveva provato a chiamare Irina, ma il telefono aveva suonato a vuoto.

Si tolse la camicetta e i sandali.

Cosa avrebbe fatto l’indomani?

Poco distante c’era un’agenzia interinale, avrebbe provato lì.

Anche un call center, la cameriera, qualunque cosa pur di non dipendere più da stronzi come il sig. Agnello e Giancarlo.

Si sfilò i pantaloni, li buttò sulla sedia e si sdraiò sul letto.

Irina veramente lavorava in uno strip club? Non ci poteva credere.

Anche se era verosimile: aveva un bel fisico atletico e sicuramente sapeva muoversi bene. Poi, con tutta la famiglia in Ucraina, cosa avrebbe potuto fare?

Eh già, perché invece lei, che li aveva tutti nella stessa città, era messa meglio!

Si slacciò il reggiseno, lo gettò sulla sedia e si sdraiò sulla schiena.

Pensò che Giancarlo aveva detto che anche lei aveva un bel fisico; nel fare questo, si passò istintivamente una mano su un seno.

Le avrebbe dato cinquanta euro per fare una nuotata nuda davanti a lui.

Non aveva il rimpianto di non averlo fatto, però in qualche maniera era stato un complimento.

E se non avesse trovato nulla da fare, sarebbe scesa a compromessi?

Forse non al punto di arrivare a spogliarsi in uno strip club, ma forse qualcosa avrebbe potuto derogare.

Darla via per farsi assumere?

Forse, se il datore di lavoro non fosse stato orribile…

Rabbrividì nel realizzare quali pensieri le stessero attraversando la mente.

Cosa stava pensando?

Lo squillo del telefonino la distolse da certi pensieri. Era Irina.

“Martina! Come stai?”, le urlò nel telefono quando rispose.

Martina mise in viva voce per non farsi perforare il timpano.

“Sto bene, Irina. Insomma, più o meno”.

Le riassunse le sue ultime vicissitudini, glissando sull’incontro con il suo padrone di casa e sulle proposte ricevute da Giancarlo.

“Mi dispiace, tesoro – disse l’ex collega dall’altra parte del telefono – Io in questo momento non ho tanti soldi da darti, ma domani guardo in banca cosa ho risparmiato e vedo se ti posso aiutare”.

Martina sentì il cuore riempirsi di speranza.

“Sarebbe fantastico, Irina. Ma tu cosa fai adesso, lavori?”.

“Certo, sono tornata nel posto in cui lavoravo prima di venire da voi. Mi hanno ripresa subito”.

Martina aveva timore a chiedere che posto fosse, ma la curiosità prevalse.

“È un locale notturno – spiego l’ucraina – Pagano bene e devo lavorare solo tre sere a settimana”.

Martina fu colpita dalla naturalezza con cui l’altra aveva risposto.

“Ma cosa fai in quel posto? Stai al bar?”, azzardò.

Udì una risata.

“No, tesoro, sto sul palco. Mi spoglio”, spiegò.

Martina si passò una mano tra i capelli.

“Ma non è una cosa orrenda? Non ti senti male a farlo? Scusa se te lo chiedo, eh, ma siamo amiche e non posso farne a meno”.

Irina rise di nuovo.

“Credimi, è meglio di quello che facevo prima. Lavoro tre ore a sera, e tutto quello che devo fare è togliermi i vestiti e muovere il culo. Gli uomini guardano? Che facciano pure, a me cosa frega? Sono loro che hanno dei problemi a pagare cinquanta euro per vedere una donna nuda, non io”.

Martina si coprì il seno, istintivamente.

“Non è un ambiente un po’ pericoloso? Magari gira certa gente…”, ipotizzò.

“Non farti condizionare dai film. Io vado lì, mi dimeno un po’, prendo la paga e me ne vado. Come quando facevo la cubista, uguale, solo che mi vesto meno. Potresti farlo anche tu, senza problemi”.

Martina arrossì.

“Ma figurati! Tu sei alta, slanciata”, protestò.

“Cosa vuol dire? Tu sei bella, hai un bel fisico e sei più giovane di me. La gente pagherebbe sicuramente per vederti, sono sicura”, rispose.

Martina ripensò all’offerta di Giancarlo di quel pomeriggio.

Irina interpretò male quel silenzio.

“Vuoi venire? Io ti faccio parlare con il mio capo, ti faccio fare una serata prova”.

Martina scosse la testa, anche se l’amica non poteva vederla.

“No, non ci penso neppure!”.

“Fai male – obiettò Irina – Mica è un lavoro che fai per tutta la vita. Lo fai per un anno, un anno e mezzo, poi prendi i soldi, ti apri un negozio, ti sposi e fai un figlio. Lo fanno tutte”.

Martina sorrise per la semplicità di Irina.

“Ne sono certa, ma non fa per me”, disse.

“Tu pensaci e fammi sapere – proseguì Irina – Se ti interessa ti aiuto volentieri”.

Martina la salutò e mise giù la chiamata.

Era turbata.

Possibile che solo lei vedesse qualcosa di sbagliato nell’uso così commerciale del sesso?

Irina ne aveva parlato come se facesse la magazziniera; anche se, a dire il vero, aveva fatto un paragone calzante.

Sarebbe stato diverso fare la cubista?

Certo, sul cubo una balla vestita, ma è indubbio che lo scopo sia comunque quello di eccitare i maschi che guardano.

È un problema il nudo?

“E’ un problema di nome – pensò – Se tu dici in giro che fai la cubista la gente pensa che tu sia figa, se dici che fai la stripper la gente pensa che sei una zoccola”

Avrebbe fatto meglio a dormire.

***

Si svegliò il mattino dopo con la sensazione di aver riposato male.

Faceva caldo, forse anche questo aveva influito, ma più che dormire solo con il perizoma non sapeva che fare; non osava tenere la finestra aperta per paura che qualcuno potesse spiarla.

Si mise a sedere sul letto e realizzò in quel momento di essersi addormentata con la luce accesa; forse per quello aveva dormito male.

Guardò verso il lampadario e notò come una lampadina fosse bruciata.

Era meglio cambiarla, oppure anche le altre avrebbero smesso di funzionare in fretta.

Si alzò dal letto, aprì un cassetto del mobile in cui teneva le lampadine di ricambio e salì in piedi sul materasso.

Svitò la lampadina bruciata, ma quando si accinse ad avvitare quella nuova notò una cosa strana, un cilindro metallico montato accanto allo stelo del lampadario.

Avvicinò il viso e osservò la lente incastonata all’estremità del cilindretto.

Non era competente in materia, ma capì subito che si trattava di una telecamera.

Istintivamente si coprì il seno, quindi scese subito dal letto, quasi come se l’apparecchio potesse aggredirla.

Indossò subito la camicetta del giorno prima e scappò nel tinello.

Da quanto tempo era lì quella cosa?

Non poteva che essere stato il suo ex! Geloso da morire, magari l’aveva messa per capire come lei si sarebbe comportata dopo la separazione!

Prese il telefonino per chiamarlo, ma un attimo prima di inviare la chiamata si trattenne.

Era stata lei a comprare quel lampadario, dopo che lui era andato via portando con sé quello in vetro che avevano comprato in Francia; e lei stessa l’aveva montato: ci fosse stata una telecamera se ne sarebbe accorta.

Il suo padrone di casa?

Era un pezzo di merda da cui aspettarsi questo ed altro, ma non avrebbe potuto entrare in casa poiché lei aveva fatto cambiare la serratura.

E allora chi? Chi aveva le chiavi, oltre a lei?

Ai suoi genitori le aveva consegnate solo la sera prima, e evidentemente quella telecamera era già lì quando lei era rientrata.

Aveva cambiato la serratura solo due giorni prima, chi poteva avere un duplicato delle chiavi?

Guardò verso la serratura e capì che solo una persona avrebbe potuto entrare.

Quello sfigato del negozio di ferramenta.

***

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