Capitolo [part not set] di 8 del racconto ICVM

di Cigno

La notte, in via del Mirto 46, si era fatta burrascosa.

Alessandra, studentessa di 23 anni, era in camera sua che ripeteva matematica
finanziaria in vista dell’esame.

Aveva scelto economia perché si sentiva pronta per una vita
manageriale e imprenditoriale.

Come gran parte delle scelte della vita, anche questa sembrava essere un
rimorso e poco altro.

Aveva già cenato da un po’ e stava sorseggiando un tè nero pienissimo di miele.

Ciononostante, gli occhi si chiudevano quasi da soli e decise di prendersi una
pausa da quegli esercizi infiniti.

Si alzò dalla sedia e si guardò allo specchio. Aveva delle occhiaie tremende.
Era sfatta, finita.

Ruotò su se stessa per osservare il busto e i fianchi e per scorgere il profilo
del sedere. Una delle poche cose per cui la parola “rimorso” non aveva senso.
Era fortemente soddisfatta del suo culo e quando la sua autostima vacillava
anche solo per un attimo, le bastava piazzarsi davanti lo specchio per essere
confortata.

“Ci vuole culo, nella vita!”, dicevano le sue amiche e
anche sua nonna, che delle sue amiche era la migliore. Come nipote prediletta,
aveva perfettamente incarnato quella massima filosofica popolare.

Ogni volta che si prendeva una sculacciata da sua nonna,
ottantenne campagnola orgogliosa e arzilla, si sentiva di nuovo ricondizionata
e appacificata col mondo. L’amore della nonna aveva scolpito la propria
motivazione in quei glutei.

Non era dunque bizzarro pensare che Alessandra fondasse le
sue più salde convinzioni, i suoi punti fermi su quel fondoschiena.

Era bello, sodo e certamente ammaliante, ma essenzialmente
era il suo legame con il paese. Con la famiglia, con l’infanzia. Con le
speranze di donna emancipata.

Era simbolo di sacrificio, in palestra e fuori da essa. Era
il suo biglietto da visita nelle relazioni umane, intime e meno intime.

Lo sguardo indugiò ancora per un paio di secondi dopodiché si esaminò i seni.
Li strizzò, cercando di dargli una forma più audace.

Se il culo le dava gioie, i seni invece erano più una frustrazione che altro.
Alcune rare volte li trovava belli, tuttavia solo in alcuni periodi. Quando ad
esempio aveva le mestruazioni diventavano piú grossi ma in quel caso il dolore
tipico rendeva tutto un piacere vano. Il seno, non del tutto assente ma
certamente dotato di meno “carattere”, rappresentava i doveri. La maternità. Il
senso di responsabilità. Il dover prendere “di petto” i problemi della vita.

Si sostituivano spesso alla sua espressione del viso. Laddove le persone
dovevano fissarla negli occhi, inevitabilmente si distraevano cercando di
trovare motivi più validi sulla sommità dei capezzoli.

Era dura, doversi confrontare con le coetanee maggiorate.
Ma questi erano problemi da adolescenti.

Adesso lei era donna, studentessa impegnata e le uniche
curve che dovevano realmente importarle erano quelle della domanda e
dell’offerta in finanza.

Si pavoneggiò altri due minuti davanti lo specchio. Il tè,
intanto, fece il suo effetto diuretico.

Complice sicuramente anche il rumore della burrasca che
imperversava fuori dalla finestra della sua stanza.

Uscì e si diresse verso il bagno, cercando di non far
sentire il rumore dei passi nel parquet del disordinato corridoio.

Ma d’altronde, Francesco non avrebbe sentito neanche le
cannonate, Maria Rita e Paola erano di sicuro uscite ad ubriacarsi e Andrea,
beh, Andrea era quello strano.

Passò proprio dalla stanza del suo coinquilino e sentì una musica heavy Metal
ovattata provenire dal suo interno.

Era sveglio e stava cazzeggiando. Beato lui.
Arrivò nello stretto bagno di casa. Abbastanza caotico ma tutto sommato
confortevole. Era spesso una paranoia dover dividerlo con altre quattro
persone, di cui due maschi. Ma si erano talmente abituati che nessuno lo
considerava più un peso. Inoltre, avevano tutti orari diversi. Le ragazze
stavano molto tempo fuori, Francesco dormiva fino a tardi e Andrea, beh, Andrea
era strano, l’abbiamo già detto.

Sfilò i jeans, le mutandine e si sedette sul cesso. Attese mezzo secondo prima
di rilasciare l’uretra e dare inizio al fiotto di pipì, cercando di non farsi
notare da nessuno con il tipico scroscio d’acqua. Le sottili pareti della casa
annullavano ogni forma di privacy.

Fuori, la pioggia era incessante quindi i due rumori potevano confondersi senza
problemi. Si rilassò completamente e finì il lavoro senza stare lì più di tanto
a pensarci.

Dopo aver finito, cercò la carta igienica ma non ne trovò.

“Cazzo.” disse lei.

Questo era sempre il solito problema. Quando finisce il rotolo, capita sempre
che sia lei a doverlo sostituire. Avrebbe voluto tanto mummificare i suoi coinquilini
con tutti i rotoli che non avevano cambiato o comprato. Finite le fantasie di
vendetta, valutò la situazione. Doveva raggiungere il bidet senza asciugarsi
con la carta. Facile, in linea teorica.

Fece un rapido movimento per minimizzare i danni. Questo
tuttavia non impedì ad alcune gocce di cadere sui jeans e bagnarlo.

“Cazzo.” Disse lei. Parte seconda.

Dopo essersi lavata e asciugata, indossò nuovamente i jeans. Purtroppo, erano
jeans chiari e la pipì aveva creato una macchia inconfondibile all’altezza del
cavallo.

Quasi furtivamente, sgattaiolò fuori dal bagno cercando di
raggiungere il cestello dei panni sporchi il prima possibile. Un’onta di quel
genere non era certo sopportabile.

All’inizio non fece caso al fatto che la porta della camera
di Andrea fosse aperta e la musica fosse staccata.

Tuttavia, quando vide che la luce della cucina era accesa,
capì immediatamente il quadro della situazione. Una volta entrata in cucina,
coi jeans sporchi indosso, si rese conto che la presenza di Andrea rendeva
complicato lo sfilare i pantaloni macchiati.

“Ale? Sei sveglia?” Disse Andrea, mentre sfumacchiava una sigaretta
rollata.

“Oi andri! Eh, si. Ero andata un attimo in bagno!”

“Ah capisco…” Rispose lui, dissimulando una osservazione
accurata del corpo di Alessandra.

“Tu… che ci fai sveglio?” chiese lei.

“Non riuscivo a dormire… Questa pioggia non la finisce piú!” Disse
Andrea.

“Ma fino a qualche minuto fa ascoltavi la musica…!” fece
notare lei.

“E’ vero, ma il suono della pioggia era più forte! Non mi
riuscivo a concentrare né sul sonno, né sugli AC-DC!” Rispose lui, sorridendo
imbarazzato. Intanto il suo sguardo difficilmente riusciva a rimanere fisso sul
viso di Alessandra, cadendo inesorabilmente su altre zone. Alessandra si
sentiva nuda ogni volta che parlava con Andrea. Si rese conto d’avere ancora
indosso i pantaloni bagnati e capì che la situazione era allarmante. Doveva
fare qualcosa.

“Scusami, vado a cambiarmi e torno.” disse lei.

Tornò in camera e sfilò i jeans bagnati. Indossò il pigiama.

Prese i vestiti sporchi e li appallottolò accuratamente. Trasse un lungo
sospiro e tornò in cucina.

“Ma per caso stavi ancora studiando?” Chiese Andrea.

“Eh si. L’esame é tra pochissimo, purtroppo mi tocca fare gli
straordinari. Tu invece? Non studi per ora?”

Andrea si rollò un’altra cartina, stavolta più lunga.

“Beh, in realtà dovrei, certo. In teoria seguo un paio
di seminari terribili su kierkegaard. Ordini del mio relatore. Inoltre, ho
anche una relazione da finire entro la prossima settimana e consegnare al prof.
Una roba sulla critica del giudizio di Kant che ancora non ho ovviamente
iniziato…”

Andrea se ne stava seduto lì, in cucina, comodamente.
Alessandra invece era in piedi, che cercava di nascondere le prove del delitto.

“Ma Kant non era quello della legge morale?”
Chiese distrattamente Alessandra mentre cercava il cestello dei panni sporchi.

“Kant in verità ha scritto su tutto. La legge morale è la parte semplice,
tutto sommato. La morale è razionale. Il razionale è morale. Ne parla nella critica
della ragion pratica.

Tuttavia non è l’aspetto che ritengo più affascinante. Hai
semmai sentito parlare delle “Antinomie?” chiese lui.

“Non ho idea di che cazzo tu stia parlando…” disse Alessandra,
ancora presa dalla ricerca spasmodica del cestello.

“Ah beh… affascinerebbe anche te, supppongo! Il concetto di antinomia è
parecchio interessante: Una antinomia si compone di due affermazioni
sostanzialmente opposte tra loro. Entrambe impossibili da provare o da
confutare. Per Kant, dunque, la verità unica perseguibile è accettarle entrambe
e trovare un equilibrio nel mezzo!

Ad esempio: “La materia è infinitamente divisibile”. Questa frase non si può né
confermare né smentire. Questo vale anche per il suo opposto, ovvero “La
materia è unica e indivisibile”. Kant prende entrambe le frasi e dice che la
verità sta nel mezzo. Dunque, crea le antinomie per risolvere tutti i più
grandi dilemmi dell’uomo.”

“Kant saprebbe anche risolvere il dilemma del cestello?”
disse Alessandra.

“Il cestello….? Che problema ha il cestello?” Chiese Andrea, stranito.

“Non c’è! Dove cazzo l’avete messo?” disse Alessandra.

“Forse Paola l’ha spostato. Lasciali qua che poi li poso io. Tu va a
studiare, se devi.”

Alessandra era impanicata. Come poteva lasciare i suoi
panni sporchi ad Andrea? Non era ammissibile.

“No ma figurati… Inoltre ho finito per oggi! Troppo stress…”

“Allora rilassati un momento… la vuoi smezzare con me questa?”
Chiese Andrea, gentilmente mostrando la sigaretta rollata.

Alessandra adorava Andrea. Il suo atteggiamento da completo svampito era di una
tenerezza unica. Inoltre gli riconosceva una grande passione per quello che
faceva e ne stimava l’intelligenza. Tuttavia, Andrea era strano. Alle volte un
po’ pesante e risultava difficile dirgli di no.

“Beh, grazie! Solo qualche tiro.” disse Alessandra.

“Quanti tiri ne vuoi. Magari le robe sporche poggiale da
qualche altra parte, non tenertele in mano.” Fece notare lui.

“Si vabbè! Qui ci mangiamo, ti ricordo!” rispose lei.

“Esagerata! Che cosa avrai mai fatto, ti sei pisciata di
sopra e non puoi poggiarle neanche sulla sedia?” Chiese Andrea con una
innocenza quasi diabolica.

Alessandra rimase interdetta e imbarazzata. Esitò un po’ a rispondere.

“Ma che vai dicendo?”

“Ahah… sto scherzando. Non c’è da essere offesi, capita a tutti anche da
grandi!” Sorrise Andrea, divertito.

“Non credo così tanto, a dire il vero!” disse Alessandra.

“Ti stupiresti, invece.” rispose Andrea, sicuro di sé.

“Dovreste invece ricordarvi di cambiare il rotolo di carta
igienica, voi tutti intellettuali!” ribadì Alessandra.

“Ah, quindi ti sei bagnata perché la carta era finita…!”
punzecchiò ulteriormente lui.

“Andri! Basta ti prego, non può essere che stiamo parlando
di questo…!” chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie. Era imbarazzatissima
per via della discussione che verteva sulle sue disavventure da toilette.

Rimasero un po’ in silenzio, entrambi a ridere come ebeti.
Si guardavano intensamente e ripensarono a quanto fosse buffa la situazione.

Alessandra si sentiva la testa fin troppo leggera.

Gli angoli della bocca tendevano sempre a risalire,
lasciandole stampato un sorriso strano.

Fin troppo strano.

“Andri, ma era una sigaretta?” chiese lei.

“Ahahah… Alessandra, credevo fossi più navigata con
queste cose. Non è solo tabacco se è quello che intendi!” disse Andrea.

“Mi hai fatto fumare erba senza il mio consenso?” Disse
Alessandra mentre non smetteva di ridere.

“Ma io te l’ho chiesto…! Credevo avessi intuito
dall’odore…!” disse lui.

“Ma io che ne so che odore c’ha l’erba, maledetto
bastardo!” rispose lei.

“Guardati come sei bella quando sorridi!” Disse lui.

Alessandra arrossì istantaneamente. Era presa da una strana
euforia. Si sentiva parecchio a suo agio e la compagnia di Andrea le risultò
piacevole oltre misura.

Stettero a parlare ancora qualche minuto. Dopodiché l’umore
iniziò a diventare quasi esaltato.

“….che poi, chi cazzo li deve usare gli Integrali dopo il
liceo, mi dicevano le mie compagne di classe! Vaffanculo a me e vaffanculo
loro… ora invece sono la mia rovina!” disse Alessandra mentre faceva un altro
tiro.

“…. meglio così adesso piuttosto che rimanere disoccupati
a vita…!” fece notare Andrea.

“Bello sarebbe… la disoccupazione. No lavoro, no
pensieri, Andri, il lavoro è una merda! Non vorrei lavorare mai!” disse lei,
ancora presa dai fumi.

“Vorresti ritornare a quando avevi quattro anni, quando
tutti facevano tutto per te e tu potevi anche pisciarti di sopra senza
pensieri! E’ vero?” disse Andrea.

“Esatto.” Rispose Alessandra.

Fragorose risate si susseguirono a ripetizione. La testa di
entrambi sembrava potesse prendere il volo.

Alessandra ogni tanto si girava intorno. Stentava a credere
alle sensazioni che provava.

“Secondo te sono stati gli alieni a toglierci il cestello?”
disse quasi singhiozzando Alessandra.

“Si…credo di si. Stanno studiando gli umani e il loro
modo di trattenere la pipì. Hanno scelto l’umana sbagliata.” Andrea continuava,
imperterrito, a premere.

“Già… non potevano scegliere una umana peggiore…!”
rispose Alessandra, quasi in automatico.

Istintivamente prese il pantalone, poggiato sulla sedia, e
senza più curarsene se lo avvicinò al viso per annusarlo.

Andrea la guardava laconico, pur mantenendo un interesse
crescente.

“Non fa poi cattivo odore… perché dovrei lavarli dopotutto?”
disse Alessandra.

“Sentiamo! Fammi capire che cosa intendi tu per cattivo
odore…!” disse Andrea, estendendo un braccio per farsi consegnare il jeans.

Alessandra glielo diede senza neanche pensarci un momento.
Era come totalmente annebbiata.

Agiva d’impulso. Non era sicura fosse una cosa bellissima
da fare ma in quel momento sembrava non importarle.

Andrea annusò l’alone ormai quasi scomparso. Chiuse gli
occhi inebriato.

Alessandra lo guardò stupita. Non aveva mai visto nessuno
mostrare una passione simile.

Si domandò se stesse esagerando per farle uno scherzo.

“Mmm… Tutto sommato è delicato!” disse Andrea, sorridendo.

Alessandra impiegò due secondi prima di formulare una
risposta.

“Non so se considerarlo un complimento o meno!” Rispose Alessandra.

“Era un complimento, in realtà! Non fai cattivo odore. Ti mantieni sana,
immagino!” disse lui.

Si guardarono in silenzio fissi negli occhi. Andrea era
eccitatissimo e i fumi della canna erano già svaniti. Riusciva a mantenersi
rilassato e poteva godersi il momento di trasgressione.

Alessandra invece era fattissima. Ormai per lei molti tabù
erano stati calpestati e superati.

Si sentiva in pace col mondo e sembrava che nulla potesse
davvero darle problema.

Prese anche la camicetta e se la portò al naso.

“E questa? Secondo te è da pulire o no?” La lanciò ad
Andrea che la raccolse al volo.

Andrea annusò intensamente in tutti i punti. Sempre molto
concentrato, come fosse un esperto enologo.

“Beh, si vede che hai faticato 7 camicie per questo
esame… ma ancora non vedo traccia di cattivo odore… finora è tutto ok!”
rispose lui.

Alessandra allora prese i calzini. Ormai era diventata una
sfida.

Glieli lanciò senza neanche porsi il problema della
traiettoria.

“E questi? Ti piacciono?” gli chiese.

Andrea ne afferrò uno e lo annusò divertito. Già qui per
lui le cose si facevano più difficoltose. I calzini, come è normale che sia,
non sono la cosa più inebriante del mondo.

Tuttavia, da bravo mentitore, non si tradì e continuò la
farsa.

“Uhm…cosa usi di solito? Lavanda? Gelsomino? Niente
male…!” disse lui.

“Ma finiscila, stronzo!” Rispose Alessandra divertita.

Guardò ancora una volta ciò che era rimasto sulla sedia.
Erano i suoi slip.

Lo avrebbe fatto o non lo avrebbe fatto? Era giusto o non
era giusto? Era di cattivo gusto o no? Era una provocazione eccessiva o nulla
aveva più senso?

Più ci pensava, più si ricordava del concetto di Antinomie che Andrea le aveva
spiegato poco prima.

La verità sta nel mezzo. Giusto o sbagliato? Depravato o
pudico? Eccitante o imbarazzante?

Prese in mano lo slip, senza dire nulla. Non lo lanciò ad Andrea né tantomeno
lo volle annusare.

Semplicemente rimase a guardare il suo coinquilino con uno
sguardo misto di sfida e complicità.

Andrea guardava quegli slip con fare sognante.

Lei li fece roteare sul suo dito a gran velocità. Dopo un
paio di intense e vorticose giravolte essi schizzarono in aria e finirono sul
volto di Andrea, che rimase impassibile.

“Oddio…! Scusa!” disse Alessandra, quasi come se
ammettesse la sua colpevolezza senza curarsene più di tanto.

Andrea non si scompose. Li tenne per mano e ne annusò ogni
centimetro. Più chiudeva gli occhi e più sembrava eccitato, in preda a chissà
quale strano piacere intrinseco.

Alessandra lo guardava ammaliata e affascinata. Nessuno
aveva mai mostrato così tanto interesse per la sua biancheria intima.

Si rese conto che era una situazione che le piaceva fin
troppo per lasciarla morire così.

Lentamente, le sue gambe si divaricarono. Guardò in basso e
notò che il pantalone elasticizzato del pigiama era parecchio umido. Stavolta
non era pipì. Quel liquido era il risultato di una crescente eccitazione, ormai
totalmente libera da catene.

“Ops…” disse Alessandra, come se fosse stata appena
beccata con le mani nella marmellata.

“Lo vedi che sei incontinente…?” Rispose Andrea, stavolta
senza sorridere ma guardando fisso quella macchia di umori che si andava
allargando. Bramava ardentemente di ritrovarsi a pochi centimetri da quello
spettacolo.

Stettero in silenzio per qualche secondo. Lei non riusciva a
contenere il sorriso e tradiva eccitazione e contentezza.

Lui era rosso in viso e totalmente focalizzato sul panorama.

Si alzò e si avvicinò ad Alessandra.

Portò il viso a pochi centimetri dal pube di Alessandra, che
non accennò a chiudere il portale.

Teneva le mani alla bocca, lei, quasi come se stesse
guardando un film inquietante ma allo stesso tempo appassionante.

Lui guardava con circospezione il profilo della vagina che
traspariva dalle umidità umorali del tessuto.

Avvicinò il naso quel poco che bastava per sfiorare il
pantalone e annusò intensamente.

Alessandra avvertì lo sfioramento e il frusciò d’aria
inspirata.

I brividi la pervasero completamente.

Iniziò ad accompagnare lentamente il bordo del pigiama verso
il basso, svelando un delicato ciuffo di peli sulla sommità del monte di
venere.

Continuò a far scendere il pantalone, sotto lo sguardo
vigile e attento di Andrea che intanto annusava ogni molecola.

La fica grondante si rivelò in tutta la sua essenza.
Succulenta, rossiccia e quasi pulsante.

Un tortino appena sfornato con il cuore caldo.

“Che odore ho…?” Chiese Alessandra con voce tremante.

“Il migliore che esista.” Rispose Andrea mentre annusava a
due millimetri dal clitoride, senza tuttavia permettersi di toccarlo.

“E secondo te il sapore com’è?” Chiese lei, portando il
pigiama alle caviglie.

“Potrei scoprirlo volentieri…”

Un colpo fugace di lingua raccolse tutti gli umori
intrappolati tra le grandi labbra.

Un sorso rigenerante.

Alessandra emise un gemito improvviso. Completamente
abbandonata a se stessa.

Un altro colpo, poi un altro. Poi un bacio. Ancora baci.
Ancora leccate.

Partì il ritmo costante. Sostenuto, a volte velocizzato. A
volte più profondo e altre più superficiale.

“Andrea, è magnifico. Continua, ti prego.”

Andrea aumentò la frequenza di leccata e con la punta titillava il clitoride
fradicio e gonfio. Alessandra avvertì un calore improvviso e un tremore alle
gambe,

Perse completamente ogni capacità di controllo e cominciò a tremare con tutto
il bacino e le cosce.

Andrea a quel punto si allontanò e lasciò Alessandra tremante per circa dieci
secondi.

Alessandra era ansimante. Andrea la guardava fisso negli occhi, mentre con il
polso asciugava la bocca.

Si baciarono intensamente sulla bocca. Lui aveva ancora il sapore
di Alessandra sul volto.

Lei ne saggiò finalmente la consistenza e la piccantezza.

Poi lui si allontanò.

“Ascolta. Si è fatto tardi. Domani ho il seminario. Vorrei continuare ma
so che è ancora presto.” disse Andrea.

“Ok… nessun problema.” Disse Alessandra, ancora appagata.

“Il cestello per questa volta non serve…” aggiunse lui.

“Ne riparleremo quando dovrai portare le tue robe
sporche…!” disse lei.

“Mi sa che ti informo quando sarà il momento…!” disse lui.

Andrea se ne andò, baciandola sulla fronte.

Lei rimase lì, a bocca aperta. Completamente sconvolta.

Che Andrea fosse quello strano, l’avevate già intuito, No?

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