Capitolo 3 di 5 del racconto Vecchi amici

Questo contenuto è riservato a un pubblico adulto. Proseguendo nella lettura dichiari di avere almeno 18 anni.

Era stato l’anno successivo alla vacanza in Costa Azzurra.

Quell’estate i suoi l’avevano portata in villeggiatura in Egitto, a Sharm El Sheik, sebbene lei avrebbe preferito rimanere in città.

Molti suoi amici avrebbero trascorso l’estate a casa, infatti; per contro, l’idea di passare due settimane con i suoi genitori era tutt’altro che allettante, nonostante il posto fosse incantevole.

A peggiorare ulteriormente la situazione, dopo un paio di giorni le era salita la febbre, forse a causa dei continui sbalzi di temperatura tra gli ambienti condizionati e quelli no.

Sua madre aveva bussato alla porta ed era entrata senza attendere risposta.

Avevano affittato due stanze comunicanti e la porta che le univa non era mai chiusa a chiave.

“Rachele, noi andiamo giù in piscina. Come stai?”.

La ragazza aveva risposto con una smorfia.

Non stava realmente male, ma non aveva voglia di stare con loro in piscina.

“Non so, ho ancora una forte emicrania”, aveva mentito.

“Ho chiamato in reception e ho chiesto al dottore di venirti a visitare – aveva risposto la madre – Con tutto quello che abbiamo pagato, vorrei che tu riuscissi a farti almeno qualche giorno di sole”.

Rachele aveva protestato: “Non era il caso di fare intervenire il medico, è solo un raffreddore”.

“Un raffreddore che costa più di duecento euro al giorno. Mettiti la camicia da notte, che arriverà tra dieci minuti. Non farti trovare vestita come una scappata di casa”.

La donna aveva chiuso la porta e se n’era andata senza neppure salutare.

Rachele aveva scosso la testa e aveva rimpiazzato la banale maglietta bianca con cui usava passare la notte con una più elegante camicia da notte.

Era un regalo di sua nonna e non l’aveva mai indossata fino a quel momento.

Non le stava male, ma non era proprio il suo stile. Non era lo stile di nessuna diciottenne del mondo.

Era lunga fino a metà polpaccio e bianca; quando l’aveva vista per la prima volta le era sembrata un sudario, più che un capo per passare la notte.

Si sedette sul letto, e proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta.

“Dio, che rottura di coglioni!”, imprecò sottovoce, ma si alzò e andò ad aprire comunque.

Quando la porta si aprì, pensò per un attimo che ci fosse stato qualche errore.

Davanti a lei si stagliava un uomo di colore di circa quarant’anni. Indossava pantaloni lunghi e bianchi e una polo nera, in mano stringeva una valigetta inconfondibile.

“Are you miss Rachel?”, domandò l’uomo, con un accento forse indiano.

“Si….yes”, rispose Rachele, rimanendo sull’uscio.

“I am doctor Jaswant Moris – si presentò il medico – Please, let me in”.

Rachele fece un passo indietro e chiuse la porta alle spalle dell’uomo.

“Sit on your bed”, la invitò il dottore con un gesto della mano.

La ragazza ubbidì, mentre l’uomo depositava a terra la borsa e vi prelevava i ferri del mestiere.

Le osservò gli occhi, la scrutò in gola e le misurò la pressione.

“Please, turn”, le disse.

Rachele gli diede la schiena e sentì l’uomo sollevarle la camicia da notte.

“Wait!”, disse.

Non pensava che la visita sarebbe andata oltre un esame alla gola e sotto non aveva indossato il reggiseno!

L’uomo le chiese cosa stesse succedendo.

“È che io non ho il reggiseno sotto….I’m not wearing my bra”, spiegò imbarazzata.

Il dottore sorrise.

“I’m a doctor, I’m used to see naked bodies. Don’t worry”, la tranquillizzò.

Rachele annuì, vergognandosi per la sua timidezza e lasciò che l’uomo le sollevasse la camicia da notte fino all’altezza delle scapole.

Otre a tutto, grazie a quella mossa, le sue mutandine rosa erano ora in bella vista.

Sentì lo stetoscopio, freddo, sulla pelle, ed emise un risolino.

Il medico auscultò per qualche secondo, poi spostò lo stetoscopio di qualche centimetro.

Rachele trasalì nuovamente.

Il dottore spostò lo stetoscopio più alto di un palmo, ma la camicia da notte si era raggruppata all’altezza delle scapole di Rachele e non permetteva ulteriori spostamenti, anche perché, sul busto, il voluminoso seno della ragazza ne bloccava ogni movimento.

“I need you help, miss Rachel”, disse il medico, pronunciando il suo nome come quello della protagonista di Friends.

Rachele gli fece segno di aspettare; si alzò in piedi, lasciò che la camicia da notte assumesse la sua consueta forma e cominciò a sbottonarla.

Avrebbe potuto voltarsi, ma rimase frontale al medico.

Liberò tutti i bottoni, quindi la appoggiò sul letto, rimanendo in mutandine.

Guardò fisso il medico, che invece la stava guardando all’altezza del petto.

Si sedette nuovamente, dandogli la schiena, e lasciò che la auscultasse ancora.

Diede un paio di colpi di tosse, quando richiesti, quindi il dottore si spostò davanti a lei.

Con delicatezza le prese i polsi e li mosse in maniera tale che le braccia ricadessero lungo il corpo, quindi appoggiò lo stetoscopio un centimetro sotto al seno sinistro.

Ascoltò assorto, poi lo spostò di qualche millimetro, facendo sì che la punta delle sue dita le sfiorasse la base del seno, sicuramente in maniera non casuale.

A Rachel il cuore stava effettivamente battendo più forte e dentro di sé condannò la slealtà del medico, che in quella maniera poteva controllare con esattezza cosa stesse provocando in lei.

“Your heart is beating fast”, le confermò con un sorriso.

Appoggiò la mano sinistra sul seno destro della ragazza e tornò a guardarla.

Il suo tocco era caldo.

“Now it’s faster”, disse.

Rachel deglutì.

Il medico le accarezzò anche il seno sinistro, quasi fosse parte della visita, quindi armeggiò nella sua borsa.

Lei era impietrita sul letto, consapevole che di lì a qualche minuto avrebbe raggiunto il punto di non ritorno.

***
Rachele, in camera, si passò le unghie sul seno. Il capezzolo reagì immediatamente, come aveva previsto.

Si accarezzò anche l’altro seno.

***

“We have to check your temperature”, disse il medico mostrandole un termometro a mercurio.

Rachele rimase immobile. Aveva intenzione di infilarle il termometro dove stava pensando lei?

Il dottore rimase serio e indicò le sue mutandine rosa.

“Plese, take your underwear off and stand on you knees”, disse.

Doveva togliersi le mutandine e mettersi in ginocchio sul materasso.

Farlo o non farlo?

Perché era evidente che quella non era più una visita medica, soprattutto una visita alla gola.

Controlliamo la temperatura.

Si sfilò le mutandine e si mise nella posizione richiesta.

Il dottore si pose dietro di lei e fece scorrere un dito tra le natiche.

“Now relax”, disse.

Lei sentì la punta fredda del termometro toccarle l’ano, poi in un attimo il medico glielo infilò dentro.

Si spostò davanti a lei e diede un’occhiata all’orologio.

“One minute, only one minute”, disse.

Rachel gli sorrise, cercando di non pensare alla posizione in cui si trovava.

Era appoggiata con la mani al materasso e, in quella posizione, il seno le puntava verso il basso.

Il medico allungò una mano verso il torace della ragazza e la palpò, quasi stesse esaminando un animale.

“You are really beautiful… and so fucking sexy!”, le disse con voce profonda.

Rachele chiuse gli occhi, mentre le dita del dottore le stimolavano i capezzoli e i seni.

Sentiva il suo respiro accelerare, anche quello dell’uomo era più pesante.

Le strinse ancora i capezzoli, poi appoggiò il dito indice sulle sue labbra.

Rachele aprì la bocca e lasciò che l’uomo lo infilasse dentro, quindi lo avvolse con la lingua e strinse le labbra.

Il dottore le passò una mano sul viso.

Un trillo arrivò da dietro. Era passato il minuto.

Il dottore tornò a sedersi dietro di lei e le sfilò il termometro dal sedere.

Lo esaminò, come se fosse ancora importante stabilire se lei avesse la febbre.

“You are ok, no temperature”, sentenziò.

Rachele era ancora a quattro zampe, consapevole che, dal suo punto di vista, l’uomo le stava osservando l’ano e i genitali.

Il dottore posò il termometro nella borsa e appoggiò il dito medio sull’ano della ragazza.

Sorrise, e lo fece scivolare dentro fino alla base.

Rachele si lasciò scappare un piccolo urlo.

“Problems?”.

“No, va bene… I like it”, disse con il respiro affannoso.

Il dottore mosse il dito dentro di lei, provocandole qualche turbamento.

Era la prima volta che le capitava, non sapeva neppure cosa dovesse fare, come dovesse comportarsi.

Sentì la pressione della mano di lui sul sedere e la assecondò, coricandosi prona sul materasso.

Il dito dell’uomo scorreva avanti e indietro, molto lentamente.

Non le faceva più male, anzi, iniziava a piacerle.

***

Rachele, nella sua cameretta, era ad occhi chiusi e riviveva il momento.

A pancia sotto, la sua mano raggiunse il clitoride, abbondantemente irrorato dai suoi umori.

Premette l’indice sul suo punto di piacere e sospirò, mentre con la mano libera si pizzicava un capezzolo.

***

Il dito del dottore entrava e usciva, nel frattempo lui sorrideva.

“Please, turn”, le disse.

Lei si sollevò leggermente dal materasso, si inclinò di lato e si appoggiò sulla schiena, il tutto mentre il dito di lui rimaneva dentro di lei.

Allargò le gambe, ritenendo che il messaggio fosse chiaro.

“I like your pussy”, disse lui, accarezzandole il ciuffo di peli che lei ancora non usava depilare.

Era bagnata e ne era consapevole.

“Please…”, disse lei con un filo di voce, mentre con la punta dell’indice il medico le esplorava la fessura tra le grandi labbra.

Lui sorrise, e il dito le si insinuò dentro.

Un dito davanti, uno dietro; entrambi si muovevano.

Chiuse gli occhi e ripeté:”Please”.

***

Rachele si infilò un dito nella vagina; depilata, questa volta.

Era molto bagnata e ne fu lieta, soprattutto in previsione di quello che aveva intenzione di fare a breve.

Pregò che nessuno decidesse di disturbarla nella successiva mezz’ora.

***

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